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Antonio Bardino,Imbarco immediato, 2007, olio su tela, 120X100


Music for airports

di Micòl di Veroli

Music for airports è il titolo di un epocale sinfonia di Brian Eno pioniere della musica sperimentale nonché videoartista, teorico e contemporaneo maitre-à-penser. Nel lento ed armonico incedere della sua opera, appositamente studiata per le sale d’attesa, la musica si pone come arredamento, le strutture diventano gigantesche scatole in cui il suono si estende libero e diviene parte integrante dell’ambiente.
La stessa musica di Brian Eno riecheggia liquida e sensuale mentre l’occhio si propaga sin quasi a piegarsi attorno alla statica e silente meraviglia degli air terminals di Antonio Bardino.
Lentamente si srotola un’immagine limpida ed asettica, una rappresentazione pittorica ove tutto rimane fatalmente appeso al lucente riflesso dei pavimenti immacolati, superfici ove nessuno transita e mai nessuno sembra aver vissuto. L’aeroporto, frenetico luogo di frenetici gesti legati a repentine sterzate emozionali, si scopre attonito e gravemente assorto nella contemplazione di un altero desiderio di tranquillità siderali. Le pennellate precise e morbide restituiscono ambienti in bilico tra metafisica ed iperrealismo, tra monolitiche e geometriche forme che si inerpicano libere verso i soffitti cesellati sino ad una decadente visione di moderno romanticismo.
Antonio Bardino dipinge viaggi, spostamenti che non lasciano intravedere alti pianori, non mostrano verdi vallate o distese di pietra grigia ove la nebbia fumiga pigra e greve. I viaggi descritti da queste tele intrise di azzurrina uniformità crepuscolare assurgono a metafore perfette delle esperienza umana. Un soggetto, quello dello spostamento sia nello spazio sia nella vita stessa, che lascia ampie possibilità di serrare la narrazione pittorica in un alternarsi di tensioni e di risoluzioni drammatiche che sembrano accostarsi ai modi narrativi di maestri non solo legati alla pittura ma anche alla letteratura ed alla cinematografia.
Traspare in ogni monitor spento, in ogni sedia vuota, in ogni scala deserta, in ogni vetrata che limpida lascia filtrar la luce radiante una sorta di ancestrale forza: lo stesso severo ed oscuro presagio nel tragitto de L’isola dei Morti di Arnold Böcklin, le stesse epiche peregrinazioni di un Ulisse che Omero disperde per nove anni e James Joyce riassume in un sol giorno.
Antonio Bardino scardina le tradizionali coordinate di tempo e spazio animando le tele di un flusso di coscienza ove le forme smussate e livide trasformano e dissecano ogni personale Odissea in due singoli momenti. Un viaggio che offre indistintamente la visione della partenza o quella dell’arrivo, della nascita o della morte mentre la distanza che separa i due punti rimane aperta ad ogni soluzione ed evento affinché la certezza della dipartita e dell’approdo si confondano nel mezzo della frammentaria ed imprecisabile mutevolezza del tragitto stesso, come la più perfetta raffigurazione dell’esperienza umana.
Ogni dipinto è costituito da asciutti ed orchestrali accordi di colore che ruotano su cromie misurate tra il grigio ed il celeste che spesso si getta in nuvole color cobalto, le luci rincorrono le ombre graffiandole di quando in quando con inattesa potenza visiva. Le visioni prospettiche giocano anch’esse all’ambivalenza tra la fuga laterale e la centralità assoluta e granitica. Un rigore geometrico misto ad una perfezione astratta dei volumi che rasenta la monumentalità delle tavole di Piero Della Francesca.
Music for airports potrebbe proseguire all’infinito cangiando di volta in volta dentro sottili sfumature, dietro lenti nembi di colore che traghettano verso il prossimo aeroporto. Nella sua calma ossessiva dalle movenze ipnotiche si cela l’attesa di un colpo di scena che ad ogni nuovo sguardo, ad ogni attento scrutar potrebbe improvvisamente giungere.