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Antonio Bardino, Paesaggio laterale, 2016, olio su tela, 38×46 cm

PAESAGGI LATERALI
di Valentina Tebala

Immaginate di fare una gita nel bosco, quello vostro preferito in cui avete passeggiato tante e tante di quelle volte che ormai vi sembra di conoscerne a memoria ogni albero, ogni cespuglio, ogni roccia. Poi chiudete gli occhi e riapriteli con un nuovo sguardo di fanciullo, libero da condizioni e visioni standardizzate, di inquadrature da cartolina, quadretto paesaggistico, o da documentario televisivo…
Vedrete quello che fino ad ora non avevate mai notato, che guardavate ma non avevate visto. L’osservazione “laterale” vi svelerà angoli sì nascosti ed intricati, ma rigogliosi: una natura selvaggia che dietro rovi e sterpaglie magari cela ancora i segni tangibili di una lontana presenza umana, come carcasse di strutture in cemento o metallo ossidato, e simili, divorate dalle siepi.
È lo scenario su cui si sofferma e scatta una fotografia l’artista Antonio Bardino, prima di trasporlo 
in pittura sulla tela. I suoi paesaggi laterali, marginali, dipinti ad olio, si pongono in stretta relazione con il famoso Terzo paesaggio teorizzato da Gilles Clément nel Manifesto omonimo del 2004, ovvero aree un tempo urbanizzate – o meglio antropizzate – e poi abbandonate, su cui la natura ha inesorabilmente ripreso possesso: «dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade e i fiumi, nei recessi dimenticati dalle coltivazioni, là dove le macchine non passano». Oppure, fa riferimento a quei punti improbabili in cui la vita riesce, inarrestabile, ad insinuarsi: i ciuffi d’erba che spuntano tra l’asfalto e il gradino di un marciapiede, sul terrazzo di un edificio, o nel mezzo di un’aiuola spartitraffico.
Si tratta di paesaggi ed esperienze inaspettate ma biologicamente e simbolicamente di grande potenza: “precarietà e meraviglia, strade sconosciute che vale la pena affrontare, senza pregiudizio, lasciandosi andare come nella pittura quando l’immagine si fa da sola e il risultato è solo una conseguenza”, sostiene Bardino.
Ma appunto la pittura – l’atto e lo sforzo emotivo che richiede – ha un ruolo sostanziale per l’artista, interessato e affascinato dalle meccaniche della rappresentazione visiva fino, però, a lasciarsi andare e sopraffare completamente dalla materia pittorica in sé; la quale adesso non restituirà più una schietta immagine della realtà (seppur mediata prima dall’occhio umano, poi da quello meccanico attraverso la fotografia e infine dal pennello) per andare incontro all’astrazione, raggiungendo uno stato ormai decisamente più emotivo, sofferto. Da una parte abbiamo la ricognizione di paesaggi altri visti con nuovi occhi – tra cui pure una ricerca pittorica analitica sui non-luoghi di Marc Augè, come gli aeroporti o le sale d’aspetto delle stazioni, dipinti da Bardino fino a qualche anno fa – e dall’altra la stessa visione annebbiata dall’imporsi della sostanza cromatica fluida, libera e vaporosa.
Il paesaggio diventa infinito, i suoi contorni non sono più fisicamente riconoscibili, infatti la pennellata si fa istintiva, viscerale e vibrante. L’oggetto prende il sopravvento sul soggetto; coinvolgendo totalmente il pittore stavolta nei luoghi dell’immaginario, dell’inconscio e del ricordo. Il pretesto così apparentemente lirico del paesaggio, di un neo Naturalismo – o, forse meglio, di un neo Vedutismo – contemporaneo, diviene funzionale alla realtà della pittura e la celebra.
Parafrasando McLuhan, potremmo dire che «La pittura è il messaggio».